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In concorso

Le mie ragazze di carta

22 ottobre 2023 20:30
Regia: Luca Lucini
Durata: 101min
Prodotto: Pepito Produzioni, RAI Cinema, MiC, Fondazione Veneto Film Commission
Cast: Maya Sansa, Andrea Pennacchi, Alvise Marascalchi, Cristiano Caccamo, Alessandro Bressanello, Giuseppe Zeno
Sceneggiatura: Luca Lucini
Fotografia: Luan Amelio Ujkaj
Montaggio: Carlotta Cristiani
Recensione

Commedia divertente o racconto più profondo su temi “classici”? Forse entrambe le definizioni descrivono questo film, presentato in anteprima alla 14esima edizione del Bif&st e dedicato al compianto sceneggiatore Mauro Spinelli che fu a fianco del regista, ai suoi esordi nel modo del cinema, e che diede forma e sostanza a questa storia (già premio Solinas 2007); una storia vera, scritta da Lucini, che narra di un cinema davanti a casa sua in cui non poteva più entrare, senza sapere, o capire, il perché.

Qui l’azione si sposta da Milano a Treviso e racconta di una famiglia (Primo, Anna e Tiberio) che dalla campagna si trasferisce nella “metropoli”, e dà vita a romanzo di formazione piuttosto animato; lo fa utilizzando il mezzo universale della commedia, in cui troviamo anche i momenti decisivi della vita di tre adolescenti; il passaggio dalla pubertà alla preadolescenza tra primi amori e le partite di rugby in parrocchia; la crescita, il cambiamento e i legami affettivi, la perdita dell’innocenza non solo dei ragazzi ma di un intero Paese; siamo nel 1978, un anno che segna un giro di boa della nostra storia; un’epoca comunque di grandi trasformazioni, anche sociali: “I giovani oggi vogliono l'appartamento, la macchina, la televisione... dove andremmo a finire”, lamentano i parenti campagnoli della famiglia Bottacin. E non manca una forte sottolineatura all’ipocrisia bigotta di certa provincia. Ma c’è anche una sorta di richiamo ai corsi e ricorsi della crisi del cinema, pretesto narratvo centrale nello sviluppo della trama; all’epoca l’avversario del cinema era la TV, e molte sale cinematografiche dovettero ripiegare verso una programmazione a luci rosse per evitare il fallimento; oggi il cinema fronteggia (sempre la TV con) le piattaforme e ogni sorta di device che le renda fruibili.

Nel film si sente la voglia di raccontare e ricordare; il tono è garbato e leggero, i contenuti invece – a saperli leggere – fanno pensare.

Pensare è un verbo che mi piace. Penso ad alcune critiche, a mio avviso piuttosto sbrigative, secondo cui il film avrebbe omesso di “approfondire” i molti spunti che offre la storia.

Io credo invece che si rischi di confondere l’approfondimento con lo “spiegone”.

Il cinema, a differenza della televisione, non deve "spiegare" tutto; può (anzi a mio avviso deve) utilizzare l'immagine e il racconto in modo più sottile ed evocativo, lasciare allo spettatore lo spazio per stimolare la riflessione e di “far da sé”, offrire lo spunto di leggere il film in modo personale e, perché no, creativo. Ognuno di noi porta con sé le proprie esperienze, emozioni e conoscenze, ed è giusto (oltre che inevitabile) che questo influenzi l’interpretazione di ciò che vediamo sullo schermo.

Su questo versante il film coglie nel segno (anche sul piano della fotografia e dei costumi), evidenzia con efficacia lo spirito di trasformazione dell’epoca, e quella voglia di cambiare che oggi sembra invece essersi persa. Spiega molto bene che spesso, per lasciare andare i pregiudizi - che tutti bene o male, anche magari inconsciamente, ci portiamo addosso - basta guardare negli occhi le vittime di quei preconcetti, avvicinarle, parlare con loro. In tutto ciò il cast è perfettamente centrato.

Andrea Pennacchi e Maya Sansa sono una certezza, il primo per la poesia, la seconda per la capacità di calarsi nel personaggio veneto; su tutti, però, stavolta svetta Cristiano Caccamo (Claudio, il trans che vorrebbe andare a Casablanca per l’«operazione»): la sua interpretazione è fluida, misurata e pervasa di dolcezza. I giovani interpreti svolgono bene il compito, non facile, di affrontare con credibilità i temi dell'adolescenza, forse proprio perché ne portano addosso l’esperienza recente, vivida e attuale. 

di G. STEFANO MESSURI