Cento domeniche
| Regia: | Antonio Albanese |
| Durata: | 90min |
| Prodotto: | Palomar, Vision Distribution |
| Cast: | Antonio Albanese, Liliana Bottone, Sandra Ceccarelli, Bebo Storti, Maurizio Donadoni, Elio De Capitani |
| Sceneggiatura: | Piero Guerrera, Antonio Albanese |
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Capita a volte di vedere dei film che – come questo – valgono molto più di verbose ricerche, o saggi economici, per farci capire quanto accaduto in tempi recenti nel sistema bancario italiano (e non solo). Una vicenda che ha scosso nel profondo il territorio veneto; una storia prima d’ora mai raccontata così intensamente.
“È il film che da spettatore avrei voluto vedere”, racconta lo stesso Albanese, alla sua quinta prova di regia, forse la più intensa e personale. Liberamente ispirato alle note vicende delle popolari venete, il film è girato a Lecco, dove il regista è nato e cresciuto, e ha per protagonista un operaio derubato di tutti i suoi risparmi; si chiama Antonio, non a caso, tornitore come è stato lui per sette anni, prima di cambiare vita: “Sono stato fortunato ma non dimentico da dove arrivo. La provincia è il mondo della semplicità, dei sogni senza pretese. Un mondo dove le relazioni contano più dei social. Volevo tornare lì, ritrovare le facce che conosco, gente alla buona, che lavora”.
Albanese parte dallo stesso “pretesto narrativo” utilizzato in precedenza da Alessandro Rossetto con il suo The Italian Banker (2021), che pure abbiamo visto sul nostro schermo, ma affronta il tema su un versante, con dei toni e da un punto di vista completamente diversi.
Mentre Rossetto ci invita a riflettere su quanto, e in che misura, il sistema bancario abbia agito su un humus sociale che non era così virginale da potersi ritenere esente da colpe, connivenze e coinvolgimento nel fallimento, Albanese rivela invece il lato intimo di un sogno infranto, quello di regalare un bel matrimonio alla figlia Emilia, una figlia che “sta al gioco”, sapendo quanto ciò farebbe felice il padre, benché sul piano economico non ne abbia strettamente bisogno, perché è autonoma, affettuosa e già felice di quello che ha ricevuto. Per lui è un atto d’amore e forse anche l’inconscio riscatto sociale sul bene più amato; è il dare un senso alla propria vita, creare qualcosa di buono.
Quando il momento arriva, Antonio va in banca, nella filiale paesana che frequenta da sempre, dove tutti si conoscono, ma non trova più i risparmi di una vita. I suoi soldi – investiti in obbligazioni sicure consigliate dalla banca – sono diventati “azioni” che non valgono niente, bruciate da qualche incomprensibile crisi societaria. La sua vita cambia di colpo; come va in frantumi il suo piccolo mondo di fiducia e di onestà. E quando una comunità si regge sulla fiducia, il “tradimento” sfascia il patto sociale, vengono meno i punti di riferimento. Lui non capisce il perché, cosa mai abbia fatto; si era semplicemente sempre fidato dell’impiegato di banca, ora invece trova persone diverse perché la banca vuole impedire quel rapporto fidelizzato, a volte confidenziale, che si instaurava una volta.
Qui Albanese si prende a pieni voti il merito di scrivere, dirigere e interpretate un cinema sociale, civile, quello che racconta la vita della grandissima parte di popolazione che non possiede ville al mare, non fa l’influencer, non vive nei loft, e nemmeno aspira a tutto ciò.
È lui stesso a raccontarlo: “Gli operai non stanno sotto i riflettori, non possiedono ville in montagna, sognano ancora di vedere sposata la figlia. (…) Io volevo raccontare la gente normale, che continua a tenere in piedi questo paese”. E non vuol sentire parlare dei piccoli risparmiatori come degli “ultimi”: “Gli operai, i lavoratori, per me sono i primi: sono le persone che hanno sostenuto il paese. Gli ultimi sono quelli che provocano questo: sono delle merde, come si dice, quelle poche persone che provocano questi disastri. Antonio rappresenta un primo. E gli operai come lui non sono centomila, come i privilegiati, ma 12 milioni. Bisogna far capire al paese che esistono. Tradire un primo è brutto. Conoscendo quel mondo, questo era un desiderio che volevo realizzare da tempo. Volevo raccontarlo profondamente e con verità”.
Quella parte di Paese perbene, che si fida delle competenze, coltiva l’amicizia, non disprezza il lavoro in fabbrica, si occupa dei vecchi e non invidia i ricchi; l’Antonio tradito è vulnerabile, non stupido per essersi fidato della banca. Montesquieu diceva che l’ingenuità è una forza che gli astuti hanno torto a disprezzare. Di solito, chi ha un grande spirito ce l’ha ingenuo. La sua “colpa” è soltanto questa: essersi fidato.
Albanese recita per sottrazione, intenso come forse mai, ma allo stesso tempo sobrio e misurato in un’interpretazione perfetta; lascia trasparire la sua identificazione totale tra Antonio regista e Antonio protagonista del film, conosce bene ciò di cui parla, le persone semplici, i lavoratori, la provincia dove un tempo lavorare rappresentava un orgoglio e oggi la “manodopera” è introvabile; ed è per questo che il film risulta autentico, toccante, emozionante, nel narrare l’uomo qualunque, inerme di fronte a truffe ignobilmente nascoste.
Non c’è la minima traccia di enfasi nel film, privo di alcuna autocommiserazione si esprime con linguaggio asciutto, semplice e controllato anche nei gesti, cupo nella luce grigia volutamente cercata dal regista. E poi ci sono i suoi sguardi, attoniti, il dolore del tradimento, la rabbia che non riceve ascolto, la demolizione del senso di giustizia. Ad Antonio forse non sarebbe importato diventare povero, o meglio, più povero di quanto già non fosse; le vere perdite, quelle irrimediabili, sono state quelle della fiducia e del dono mancato.