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In concorso

Primavera

22 marzo 2026 20:30
Proiezioni aggiuntive:
23 marzo 2026 20:45
Regia: Damiano Michieletto
Durata: 120min
Prodotto: Warner Bros. Entertainment Italia, Indigo Film, Fondazione Veneto Film Commission, Memento Films International
Cast: Tecla Insolia, Michele Riondino, Fabrizia Sacchi, Andrea Pennacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi
Sceneggiatura: Ludovica Rampoldi
Fotografia: Daria D'Antonio
Montaggio: Walter Fasano
Recensione

Ci sono luoghi, disseminati nelle nostre antiche città, che custodiscono nella propria memoria volti, vite, voci, esperienze e drammi, oggi in gran parte coperti della polvere del tempo. Uno di questi luoghi è quello che a Venezia, percorrendo da palazzo Ducale per circa cinque minuti verso est la Riva degli Schiavoni, apparirà alla nostra sinistra.

Si tratta della Chiesa della Pietà, con annesso il più antico brefotrofio, ovvero quel Pio luogo che fin dal XIV secolo accoglieva le «figlie del peccato». Infanti abbandonate, nate da unioni illegittime, che con rigida austerità venivano accolte e cresciute in questi ospizi. Qui, tuttavia, esse venivano fin da giovanissime educate alla musica, che spesso rappresentava l’unica apertura possibile verso il mondo esterno, almeno fino al matrimonio.

Rinchiuse in questa cupa e grigia prigione, infatti, solo raramente veniva concesso loro di assaporare la realtà al di fuori di quelle mura, e quando ciò accadeva, era sempre attraverso una maschera sul volto o dietro una grata. Nel tentativo di proteggere l’onore di queste fanciulle segnate dall’involontaria colpa di essere figlie di ignoti, tutto ciò non faceva altro che negare loro qualsiasi vero rapporto con la vita.

È in questo contesto che il regista e direttore d’orchestra Damiano Micheletto sceglie di ambientare il proprio film Primavera, ispirandosi liberamente al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Micheletto ci introduce con delicatezza in una delle giovani vite che nel Settecento animavano questo claustrofobico ambiente, e lo fa attraverso l’immagine evocativa di una gatta a cui vengono strappati i cuccioli da poco partoriti.

Simile a questi gattini è la protagonista, Cecilia, interpretata da una magnifica Tecla Insolia, la quale passa le notti a scrivere lettere mai spedite a quella madre che tanto detesta, ma che ancor di più vorrebbe conoscere e abbracciare.

Cecilia attende la fine della lunga guerra tra la Serenissima e l’Impero Ottomano, sperando finalmente di lasciare il brefotrofio e le sue rigide imposizioni. Ma sarebbe davvero una vera libertà? L’unico modo per andarsene era infatti essere scelte come mogli, o meglio, comprate, da uomini nobili. In questi casi non sembra più contare la moralità, non è più necessario nascondere il volto: le ragazze diventano merci, per concedere il sostentamento di altre giovani orfanelle che, inevitabilmente, saranno condannate alla stessa sorte, poiché, come viene ripetutamente affermato nel corso del film, «è sempre una questione di soldi».

Nel corso del 1716, ecco che viene impiegato come maestro alla Pietà nientemeno che Antonio Vivaldi, il quale proprio in questi anni comporrà Le quattro stagioni. Interpretato da Michele Riondino, il celebre maestro appare come un uomo sofferente, gravemente malato, ma comunque in grado di poter esprimere l’apice del suo genio, non senza quel pizzico di eccentricità degna di ogni artista, portando la piccola orchestra ed essere una tra le più celebri del continente in grado di attrarre a Venezia i più illustri personaggi.

Subito, il grande compositore si accorge del talento e dell’amore di Cecilia per la musica: «tu non suoni per essere lodata», dirà a quella ragazza ormai abituata a non avere un volto, nominandola primo violino. Cecilia inizierà così a comprendere più a fondo la propria individualità, trovandosi davanti a un bivio: scegliere la musica e quindi vivere fino alla fine dei suoi giorni in quel triste luogo, o sposare il conte di Sanfermo rinunciando al proprio talento?

Micheletto, unendo la musica al cinema, il sacro e la castità con il profano e il mondano, l’eccesso e la stravaganza carnevalesca degli aristocratici contrapposti alla povertà e l’abbandono, dà voce a una delle tante possibili esistenze femminili rimaste nell’ombra, ostacolate e stigmatizzate dalla rigidità dei costumi del tempo. E lo fa come in un concerto barocco: con salite e discese, contrasti e tensioni, dialoghi e ornamenti, ritmo e silenzi; curando ogni elemento a propria disposizione, che si tratti di pitture, musica, volti, architetture o l’eccellente cast in cui ogni attore riveste perfettamente il proprio ruolo. Una composizione sapientemente calcolata, che immerge lo spettatore in un passato tanto artisticamente glorioso e celebrato, quanto intriso di imposizioni e costrizioni.

di Aurora Bertollo
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