Il maestro
| Regia: | Andrea Di Stefano |
| Durata: | 125min |
| Prodotto: | Indiana Production, Indigo Film, Vision Distribution, Sky, MeMo Films, Playtime |
| Cast: | Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Dora Romano, Valentina Bellè, Astrid Meloni |
| Sceneggiatura: | Andrea Di Stefano |
| Fotografia: | Matteo Cocco |
| Montaggio: | Giogiò Franchini |
Il campo da tennis come metafora della vita, è questo l’intento del film Il maestro, regia di Andrea Di Stefano, che mette in campo le relazioni umane come palline che sfuggono al controllo dei giocatori.
Prima di lui Guadagnino aveva già imboccato questa strada con Challengers, utilizzando lo sport non come semplice ambientazione, ma come esplicita parabola dell’esistenza, il film italiano però va oltre al concetto di mera competizione tra atleti e scende in profondità, narrando la vera sfida, quella contro sé stessi.
Con Il maestro, Di Stefano racconta con delicatezza la storia degli uomini spezzati, dei perdenti, di quella partita con la vita persa al tie-break.
Il film è ambientato nell’estate italiana degli anni ’80, dove le canzoni di Raf e Battiato scandiscono il ritmo delle vacanze in riviera, rimandandoci una immagine scanzonata ma a tratti nostalgica, del resto, non è forse questa la sensazione del rimpianto?
Pierfrancesco Favino interpreta Raul Gatti, maestro di tennis fallito, uomo che ha perso tutte le partite decisive della sua vita e che ora tenta di rimettersi in gioco allenando Felice, un ragazzino educato, diligente, ma privo di un vero talento naturale.
Raul è la perfetta incarnazione del mentore imperfetto: depresso, schiacciato da scelte sbagliate, incapace di guardarsi dentro.
Vive la vita con un sorriso impertinente, da dongiovanni incallito, ostentando una sicurezza che è, in realtà, soltanto una maschera ricoperta di crepe malcelate. Da quelle crepe intravediamo il maestro, mentre piange da solo all’alba, quando sa di non essere visto.
In un frame ritroviamo tutta la fragilità del personaggio: la mano che si posa sulla gola, il sorriso che affiora dopo l’ennesima disfatta. “La vita mi sorride”, mormora Raul, e in quella frase si condensa tutto il paradosso del film. Un sorriso che non è vittoria, ma resistenza. Un modo per restare in piedi quando tutto suggerirebbe di crollare.
Favino costruisce, come mai prima d’ora, un personaggio scomodo, a tratti irritante, ma profondamente umano.
Dall’altra parte della rete troviamo Felice, un ragazzino che non ama davvero il tennis, bensì lo “esercita”, con la stessa disciplina di un militare.
Dietro al suo gioco non c’è rivalsa, non c’è desiderio, ma solo dovere, schiacciato dalle aspettative di un padre ingegnere che gli ha insegnato a giocare a tennis con i diagrammi di Gantt.
Felice non riesce a emanciparsi, né a formulare un sogno autentico; la sua esitazione lo condanna a un’esistenza vissuta per inerzia. In modo speculare, anche il maestro appare incapace di riconoscere ciò che desidera davvero.
In questo rapporto asimmetrico, Di Stefano è abilissimo nel ribaltare continuamente i ruoli: maestro e allievo si scambiano le parti in un interminabile palleggio, rimbalzandosi addosso fragilità, paure, mancanze, alla ricerca di un punto finale che forse non arriverà mai.
Il culmine narrativo del film si colloca nel ritorno alle origini: Raul conduce Felice nel campetto della sua infanzia, trasformando l’allenamento in un momento di rivelazione.
Il campo da gioco è abbandonato, sciatto, disastrato. Un luogo dimenticato, ferito dal tempo, esattamente come la vita del maestro. Allievo e mastro insieme lo rimetteranno in piedi, allenandosi per la partita finale.
Il campetto diventa così una potente metafora: Raul apprende dal ragazzo la disciplina, mentre Felice impara dal maestro l’arte di saper lasciarsi andare, di vivere senza il peso costante della prestazione.
Il maestro è pertanto un film sugli sconfitti, perché non tutti hanno la capacità, o la fortuna, di arrivare sempre primi, sempre vincenti.
Di Stefano sceglie consapevolmente di mostrare le crepe dell’anima, ricordandoci che non tutti siamo destinati ad essere dei campioni, ma in tanti siamo stati, o abbia-mo avuto, un maestro Gatti: qualcuno che non ci ha insegnato a vincere, ma a stare al mondo.
Ed è forse questa la lezione che dovremmo imparare.