...che Dio perdona a tutti
| Regia: | Pif |
| Durata: | 113min |
| Prodotto: | PiperFilm, Kavac Film |
| Cast: | Pif, Carlos Hipólito, Giusy Buscemi, Francesco Scianna, Maurizio Marchetti |
| Sceneggiatura: | Pif, Michele Astori |
| Fotografia: | Guido Michelotti |
| Montaggio: |
Il protagonista, Arturo, è un agente immobiliare apparentemente ingenuo, goffo e sfiduciato, nu pinnuluni come lo chiama il suo capo. Vive un’esistenza scandita da una passione totalizzante: i dolci. Nel cinema di Pif, il cibo è spesso un elemento di conforto ma anche di rivelazione. In quest’opera, la pasticceria diventa il ponte tra l’umano e il divino. Quando allora incontra la bellissima pasticcera Flora la vita di Arturo si illumina di una nuova luce. Ma a dividerli un dettaglio per nulla trascurabile: Flora è una fervente cattolica…
ll cuore pulsante dell’opera risiede nel dubbio metodico sulla fede. Pif mette in scena la crisi di un uomo che decide, improvvisamente, di applicare il Vangelo alla lettera, senza le consuete interpretazioni che rendono la religione cristiana compatibile con l’egoismo moderno. La fede convenzionale viene ritratta come un “abbonamento sociale”, una serie di riti (battesimi, matrimoni, buone maniere) che non scalfiscono minimamente le scelte etiche quotidiane. È una fede che perdona tutto perché, in fondo, non chiede nulla.
La fede autentica, quella che Arturo cerca di vivere dopo la sua “epifania degli sciù”, è invece radicale, scomoda e quasi folle agli occhi degli altri. Cercare di essere cristiani davvero in una società che si definisce tale solo per abitudine diventa un atto rivoluzionario che genera equivoci esilaranti e riflessioni amare.
L’assunzione di ben trentacinque sciù, i bignè tipici della tradizione siciliana, non è solo un momento di commedia (e anche di svolta…), ma un atto rituale. La conseguente indigestione e lo stato alterato che ne deriva sollecitano la coscienza di Arturo che smette di essere un rumore di fondo e diventa una voce prepotente. Il dolce è dunque il fil rouge che collega il piacere sensoriale alla responsabilità morale. L’amore per la fidanzata e l’amore per la verità passano attraverso questo “shock” glicemico che costringe il protagonista a guardarsi dentro.
Il legame con Palermo è viscerale. Come aveva già mostrato nei suoi precedenti lungometraggi La mafia uccide solo d’estate (2013) e In guerra per amore (2016). Non è solo lo sfondo, ma il perimetro etico entro cui si muovono i personaggi. La città appare nei suoi scorci più autentici: dai mercati storici alle piazze barocche, fino agli interni borghesi che nascondono una rassegnata ipocrisia. Palermo in Pif rappresenta la sintesi del mondo. Qui, il tema della fede di comodo trova il suo terreno più fertile, tra tradizioni ostentate e mancanze spirituali profonde.
La sua regia non cerca il virtuosismo tecnico, ma punta sulla forza dell’inquadratura come testimonianza e su un montaggio che segue il ritmo della narrazione giornalistica, eredità dei suoi anni in TV nei programmi d’inchiesta. Che Dio perdona a tutti nasce originariamente come l’esordio letterario di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, pubblicato nel 2018.
L’opera si regge su un equilibrio tra la satira di costume e la ricerca spirituale. Pif evita il tono pedagogico o moralista preferendo l’arma del paradosso. Sebbene la struttura possa apparire a tratti episodica, la coerenza del protagonista tiene unito il racconto.
É un’opera che diverte con intelligenza. Una commedia di teneri incontri, tra Arturo e Laura ma soprattutto tra il Papa e Arturo, con il primo che insegna la fede più pura e il secondo nomi e caratteri della gastronomia siciliana, perché “i dolci non daranno la vita eterna è vero, ma ognuno sceglie la sua croce”.