Grazie ragazzi
| Regia: | Riccardo Milani |
| Durata: | 117min |
| Prodotto: | Palomar, Wildside, Vision Distribution |
| Cast: | Antonio Albanese, Bogdan Iordachioiu, Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara, Giorgio Montanini, Andrea Lattanzi |
| Sceneggiatura: | Riccardo Milani |
| Fotografia: | Saverio Guarna |
| Montaggio: | Patrizia Ceresani |
È una storia (vera) che parte da lontano. Verso la metà degli anni Ottanta, un attore teatrale svedese di nome Jan Jönson decide di mettere in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett con una compagnia di cinque detenuti in un carcere di massima sicurezza. Il teatro dell’assurdo beckettiano a confronto con l’assurdità della prigione. Un mondo libero trasposto nell’ oscuro della gabbia. Il progetto giunge all’attenzione dello stesso Beckett, che lo segue dalla sua abitazione parigina. La storia viene ripresa nel 2005 da un documentario diretto da Michka Saal dal titolo Les prisonniers de Beckett, e poi nel 2020 da Emmanuel Courcol in Un triomphe. E arriviamo a noi: da quest’ultimo adattamento francese trae ispirazione la sceneggiatura di Grazie ragazzi, scritta a quattro mani da Michele Astori con il regista Riccardo Milani.
Antonio (Antonio Albanese) è un attore teatrale fallito costretto a doppiare film porno per sbarcare il lunario. Frustrato, deluso e senza prospettive vive in un rumoroso appartamento di periferia. Un vecchio collega teatrante (Fabrizio Bentivoglio) gli propone di tenere un laboratorio di teatro in carcere. Antonio è poco convinto, ma per l’amico potrebbe essere il modo di ritrovare la passione del teatro. L’esperienza si rivela talmente stimolante da decidere di preparare Aspettando Godot e di metterlo in scena presso il teatro dell’amico. “I detenuti sanno cosa vuol dire aspettare, non fanno altro”, dice Antonio per convincere tutti dell’importanza del progetto. Metafora della lunga attesa della ritrovata libertà.
Qui il carcere non è il centro narrativo del film, ma solo la cornice, un perimetro, il pretesto per raccontare storie di personaggi ai margini della società. Ognuno dei cinque attori protagonisti del Godot diretto da Antonio nasconde una storia difficile, dolorosa e complicata da raccontare. E tutti offrono un’interpretazione intensa, credibile e commovente. Uno è arrivato in Italia su un gommone e finisce in carcere dopo l’ennesimo insulto razzista cui reagisce con una coltellata (Aziz, Giacomo Ferrara). Un altro, Diego (Vinicio Marchioni) è il classico boss sbruffone che tutti temono e a cui la moglie impedisce di vedere il figlioletto. Il Damiano di Andrea Lattanzi riporta alla mente il suo Manuel nel film di Dario Albertini, per la fragilità esistenziale che prova a mascherare con un atteggiamento arrogante. Tutti i personaggi del film, compreso quello di Albanese (qui a mio avviso in assoluto stato di grazia), sono in qualche modo “degli archetipi che seguono modelli di comportamento ben precisi e strutturati” (come efficacemente indicato da F. Rizzo, in Sentieri Selvaggi). La dinamica del gruppo funziona alla perfezione, perché si muove come un corpo unico unito dall’esperienza comune e da qualcosa che prima lontanissimo da ognuno poi diventa vera passione per il teatro, dalla quale assorbono attenzione, pensieri, sentimenti diversi.
È il potere liberatorio dell’arte, la sua capacità di dare uno scopo e una speranza oltre l’attesa e ci spiega quanto sia sbagliato considerare “irrecuperabile” chi, molto spesso, non ha mai avuto l’occasione di dimostrare il contrario.
Milani è abilissimo nel lasciare spazio, sia alla storia del racconto, sia alle singole storie di cui sono portatori i protagonisti. Senza caricature e senza pietismi di alcun tipo. Senza digressioni intellettuali, sociologiche o vezzi autoriali. Credo che sia esattamente questo il compito del buon narratore, portarci dentro quelle storie e poi dirigerle, con mano sicura ma mettendosi al loro servizio, facendo un passo indietro senza che lo spettatore se ne accorga. E poi c’è il finale, l’unico possibile.