Acqua e anice
| Regia: | Corrado Ceron |
| Durata: | 107min |
| Prodotto: | K+, RAI Cinema |
| Cast: | Stefania Sandrelli, Silvia D'Amico, Paolo Rossi, Luisa De Santis, Paolo Cioni, Diego Facciotti |
| Sceneggiatura: | Corrado Ceron, Federico Fava, Valentina Zanella |
| Fotografia: | Massimo Moschin |
| Montaggio: | Nicola Bonaldo, Davide Vizzini |
Credo che una delle doti principali, in chi racconta, sia la capacità di “cambiare registro” nel corso di una storia, e di farlo con naturalezza, in modo credibile insomma.
Questo vale per chi scrive, per chi recita e per chi si trova dietro la macchina da presa.
Non è per nulla facile, intendiamoci,
specialmente quando si affrontano temi particolari; riuscendoci però si possono rappresentare personaggi a tutto tondo e (concedetemi il termine) sfogliare proprio quei temi con delicatezza, e arrivare allo spettatore in modo autentico.
Le parole “libertà”, “scelta”, “felicità” sono a un tempo abusate e immense, possono essere semplici ma anche molto ardue da declinare quando ce le troviamo di fronte, o addosso, e quando si cerca di esplorare l’anima.
Con questo film Ceron coglie pienamente nel segno e lo fa senza scorciatoie estetiche, senza complicazioni registiche e soprattutto senza retorica (qui il terreno era scivolosissimo); del resto quando uno sa di quello che parla, e crede in quello che mette in scena, si vede e si sente: non servono artifizi.
Il mezzo, o se vogliamo il genere, è quello del road movie con l’immancabile vecchio furgone, di cui il Cinema conta innumerevoli precedenti anche perché offre l’occasione di tracciare la trasformazione dei personaggi in rapporto ai luoghi e all’ambiente, che qui diventano anch’essi elemento narrativo.
Racconta il regista che il film è «un inno alla vita e alla libertà di scegliere di essere felici. Come quello strano cocktail che gli dà il titolo, ha una doppia anima: quella scanzonata e un poco alcolica di Olimpia, e quella più posata di Maria. E doppio è anche il senso del viaggio, che è insieme il bilancio di una donna matura che ha vissuto sempre al massimo e l’iniziazione di una ragazza che non ha ancora cominciato a vivere». Un’idea che aveva in mente da qualche anno, e della quale ad un certo punto ha sentito l’«urgenza» (parole sue).
Riferisce dunque d’aver tratto lo spunto iniziale da un fatto di cronaca: «un viaggio di tre giorni, molto personale e radicale, dovuto a una scelta molto coraggiosa da parte di un’anziana signora. Questa storia mi ha colpito molto e mi ha ispirato per un “movie on the road”, che vuole raccontare le conseguenze di questa scelta, cercando di celebrare una donna che aveva vissuto una vita felice, piena di musica, di amore e molto altro».
Il viaggio è l’occasione di trasformazione (in una sorta di osmosi) delle due principali protagoniste: una donna al tramonto che vive di ricordi (anche se la testa comincia a vacillare) e una giovane improvvisata autista. Ci sono dei conti da fare con il passato, giorni felici ma anche dolorosi, e una difficile ma convinta scelta per il presente; tra loro il perimetro iniziale è pieno di contrasti: tanto sopra le righe Olimpia, esuberante ed eccessiva, quanto timida e semplice Maria. Ma lungo il tragitto ciascuna imparerà qualcosa dall’altra.
Una scrittura solida e una regia capace, garbata e a tratti poetica, fanno da cerniera in questo quadro di sentimenti ed espressioni dapprima opposte, che nello svolgersi della storia in qualche modo si allargano e stingono le une nelle altre per poi avvicinarsi e trovarsi in uno stesso, solidissimo punto emotivo.
Stefania Sandrelli è straordinaria (ça va sans dire): basti tra le altre la sequenza iniziale dello smarrimento, in cui realizza che i luoghi della memoria, i volti e le sensazioni del passato stanno per sfuggirle, e in cui recita con la sola espressione del volto; Silvia D’Amico offre qui (secondo me) la sua migliore interpretazione, convinta, convincente e a tratti commovente, pienamente riuscita nei cambi di tono.
E poi c’è il finale, difficile da dimenticare.