Takeaway
| Regia: | Renzo Carbonera |
| Durata: | 95min |
| Prodotto: | 39 Films, Interzone Pictures in collaborazione con Rai Cinema |
| Cast: | Carlotta Antonelli, Libero De Rienzo, Primo Reggiani, Paolo Calabresi, Anna Ferruzzo |
| Sceneggiatura: | Renzo Carbonera |
| Fotografia: | Luca Coassin |
| Montaggio: | Natalie Cristiani |
Dopo il film Resina del 2018 ambientato sugli altopiani di Lavarone e Luserna, proiettato anche al Cinema Verdi alla presenza del regista, Renzo Carbonera firma un nuovo lungometraggio girato tra la montagna trentina e il Terminillo.
Siamo nel 2008, alle soglie della crisi economica. Maria, una giovane marciatrice, dopo un lungo infortunio decide di tornare sulle piste, con l’aiuto di Johnny, il compagno, già escluso dalle competizioni in passato per aver fatto uso di sostanze dopanti e per aver allenato atleti tramite il doping, come Tom, il nuovo amico di Maria, deciso a vendicarsi del suo ex allenatore. La tentazione di tornare alle vecchie pratiche per Johnny è forte e questo scatena il loop che coinvolge anche i genitori di Maria e trascina lo spettatore nella dinamica autodistruttiva narrata nel film.
Il regista, che è anche sceneggiatore, con intensi primi piani alternati a desolati campi lunghi, focalizza l’attenzione sulle dinamiche psicologiche e personali che spingono giovani atleti, specialmente nel mondo dilettantistico e semiprofessionistico, a superare il limite della legalità e della tutela della propria salute pur di perseguire ad ogni costo il risultato, l’unico possibile, la vittoria.
“C’è una sola morale: il podio!”, spiega ad un certo punto Johnny a Maria, per rompere gli indugi. Johnny non ha dubbi, risoluto fino alla fine, a costo di mettere a repentaglio la salute di Maria, è il polo nero della storia, la determinazione senza ripensamenti, interpretato da un convincente Libero De Rienzo, ripreso nel suo ultimo film, prima di morire nel luglio del 2021. Maria, un’intensa interpretazione di Carlotta Antonelli, vittima e carnefice di se stessa, trova in Tom un inaspettato punto di riferimento critico che la porta ad un travaglio interiore.
Come in Resina, l’ambientazione montana, di una montagna in disarmo, abbandonata, invernale e triste, non fa da semplice sfondo alla storia, ma ne offre una possibile chiave di lettura. Grazie anche all’ottima fotografia di Luca Coassin, riuscito nell’intento di comunicare la perdita di luce e grazia, di calore e amore -, gli interni luce/ombra della cucina, i colori invernali, smorti, della montagna solitaria, delle grandi costruzioni turistiche dismesse e fatiscenti, riflettono e moltiplicano il delirio pseudo sportivo di Maria ed esaltano i sogni vacui di riscossa e riscatto interpretati dai genitori, e dagli abitanti della montagna, che sperano nella scorciatoia, nella soluzione facile, per risollevare una crisi che prima ancora che economica è morale, etica ed esistenziale.
Quello di Carbonera non consiste tanto in un semplice giudizio moralistico sulla pratica, purtroppo ancora diffusa, del doping, per quanto la condanna sia senza appello, ma il regista coglie l’occasione per inserire il fenomeno dentro la più ampia crisi sociale, economica e civile del Paese che non riguarda solo l’inizio dell’ultima crisi economica, ma in generale l’epoca della globalizzazione e del consumismo utilitaristico dilagante. In questo senso si coglie una sottile analogia, un comune sottofondo amaro.
Alla madre drogata di medicinali, alla ricerca di un riscatto da realizzare con qualche ritocco in superficie alle stanze dell’hotel, fa da sfondo una montagna “drogata” e sfregiata con improbabili ecomostri, vuote carcasse malridotte nel deserto dello sfruttamento economico fine a se stesso della montagna, incurante dei reali bisogni e della reali possibilità che l’ambiente montano e il suo sistema ecologico possono manifestare.
L’usa e getta, il takeaway (nome del misero bar gestito da Johnny) come metafora del doping, ma anche di un modo di essere generale, non sono soltanto prassi dello sport deviato e malsano; essi rappresentano l’anima malata di una civiltà decadente e in crisi di ideali, votata unicamente e cinicamente a un solo obiettivo. A qualsiasi costo. Solo il sentimento d’amore che, malgrado le fragilità individuali, lega i protagonisti del film affiora come unica speranza di autentico riscatto, via di fuga a un meccanismo perverso di autodistruzione. L’amore per le persone che non ti abbandonano, l’amore per l’ambiente ferito, ma ancora vivo, l’amore per lo sport vero, quello del gruppo, dello stare insieme senza secondi fini può garantire quella rinascita alla vita nuova che attende solo di essere afferrata.