Il cattivo poeta
| Regia: | Gianluca Jodice |
| Durata: | 90min |
| Prodotto: | Ascent Film, Bathysphère Productions, Regione Lazio, 01 Distribution, RAI, Ministero per i Beni e le Attività Culturali |
| Cast: | Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi |
| Sceneggiatura: | Gianluca Jodice |
| Fotografia: | Daniele Ciprì |
| Montaggio: | Simona Paggi |
Tra il 1936 e il 1937, l’Impero d’Italia sta per raggiungere la sua massima estensione, i venti di guerra iniziano a soffiare con impeto sempre più minaccioso e la posta in gioco è sempre più alta; la costruzione dell’Impero deve proseguire e la preoccupazione di Mussolini è la massima compattezza interna. La polizia segreta, l’OVRA e gli altri tentacoli del regime controllano tutto e tutti, il Paese è un covo di spie e delatori, quasi ogni condominio, ogni singolo cittadino è controllato.
Il compito della propaganda è quello di orientare favorevolmente l’opinione pubblica alle nuove alleanze in politica estera: nessuno deve opporsi.
«Ed ecco le due personalità debordanti che combattono un duello più o meno sotterraneo da circa vent’anni: Mussolini e d’Annunzio. “Una cordiale inimicizia”, come qualche storico l’ha definita.
Da una parte il Duce, condottiero indiscusso della nazione, e dall’altra il Vate, sempre più vecchio e in disparte. Tra loro si susseguono ora più che mai infinite, sottili schermaglie, perché d’Annunzio fascista non lo è stato mai (come avrebbe potuto d’altronde il suo slancio libertario e anticonformista affiancare lo spirito piccolo borghese, violento e clericale del fascismo?)» (dal pressbook del film).
Il Duce sa bene che d’Annunzio ha ancora un seguito enorme, è un intoccabile, per il suo essere poeta internazionale, intellettuale europeo ed eroe di guerra. Qualsiasi parola del Vate, pronunciata o scritta, un appunto, una lettera, un articolo, può ancora far tremare il regime.
E proprio in questi ultimi anni di vita del poeta (muore a settantacinque anni, il 1° marzo del 1938) corrisponde il progressivo avvicinamento tra Mussolini e Hitler. Per il Vate, la vita d’azione è ora consegnata a una dimensione nostalgica e lontana del ricordo, non gli rimane che osservare impotente un mondo che inesorabilmente va verso l’abisso. E ci ricorda di diffidare di chi “ha bisogno di un balcone” in questi “tempi da cielo chiuso”.
Mussolini è consapevole dell’avversità radicale del poeta nei confronti della Germania nazista, e sottopone a uno stretto controllo il Vittoriale, inviando un giovane gerarca, lo zelante (a tratti ingenuo) federale di Brescia Giovanni Comini. Con il compito di dissuadere qualsiasi mossa che il poeta possa progettare per scongiurare e far fallire l’asse italo-tedesco.
Racconta il regista che Il Cattivo Poeta è «un film sull’inverno della vita di un poeta, e di una nazione intera». Percorre l’ultimo anno di Gabriele d’Annunzio da un punto di vista particolare, quasi fosse una storia di spie, basato però rigorosamente su fatti storici accertati. Un biopic, un film storico ma anche una sorta di thriller.
Nell’impossibilità di racchiudere in un film un’intera esistenza (ci sarebbe materiale per una decina di serie televisive), Jodice – che firma anche soggetto e sceneggiatura - limita l’angolo visuale alle battute finali dell’esistenza del poeta.
E riesce comunque a darci tutti gli elementi (anche quelli del passato) per leggere sia la figura gigantesca, di uomo e poeta, sia il clima un’epoca, quando la lunghissima clausura di d’Annunzio al Vittoriale volge al termine. L’età avanzata, i suoi malanni, i suoi vizi, lo hanno portato a una depressione finale. Scrive ancora il regista: «Solo il rapporto che verrà a instaurarsi con la giovane spia, inviata da Mussolini, gli procureranno l’ultimo sussulto di vitalità e lo spingeranno a desiderare di contare ancora qualcosa. E come nel più classico dei noir, si fronteggiano mondi contrapposti: da una parte un luogo chiuso, isolato, come il Vittoriale, dall’altra la realtà esterna, la dimensione politica con i suoi torbidi movimenti.
La grande Storia e le piccole storie. E poi il vecchio e il giovane, le due donne rivali, il Duce e il Vate...». La figura di Castellitto giocoforza giganteggia, ma non è mai protagonista e fine ‘ultimo’ del racconto, è invece testimone di un sentimento e di un’epoca che volge al termine. “Tu sarai testimone della mia veggenza”, dice il poeta al federale.
Mussolini, secondo una scelta registica molto riuscita, è poco più che una sagoma del potere: «non è diversa dalle statue e dalle immagini del Duce che abbiamo visto fin lì (...); Mussolini è prima di tutto un simbolo, un corpo senza volto (...) non persona, ma immagine (...) veicolo di idee che hanno un effettivo potere sul mondo. Per comprendere questa immagine, per capirne davvero il suo potere terribile e devastante, bisogna, ancora una volta, imparare a guardare; magari con l'occhio critico di un poeta» (Catenacci M., Spietati.it).