3/19
| Regia: | Silvio Soldini |
| Durata: | 120min |
| Prodotto: | Lumière & Co., Vision Distribution, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ventura Film, RSI, Sky Cinema, SRG SSR |
| Cast: | Kasia Smutniak, Francesco Colella, Caterina Forza, Paolo Mazzarelli, Martina De Santis, Antonio Zavatteri |
| Sceneggiatura: | Silvio Soldini |
| Fotografia: | Matteo Cocco |
| Montaggio: | Carlotta Cristiani, Giorgio Garini |
«Come sempre, si inizia da qualche cosa... noi siamo partiti dalla tematica del cambiamento dovuto a un trauma, un evento che avviene dentro di noi. Capita, a volte, nella vita, di subire un incidente, in cui si rompe una parte di noi e si è costretti a fermarsi e, in quel fermarsi, in realtà, inizia a germogliare qualcosa. Poi, una persona può decidere di reciderlo subito oppure può lasciarlo attecchire. Credo che il caso, a volte, ci offra su un piatto d’argento la possibilità di cambiare o conoscere».
Così Silvio Soldini racconta della genesi del film.
Il fatto per così dire “traumatico” è il classico evento scatenante di ogni racconto, da cui parte poi il viaggio di trasformazione del personaggio.
Il film però non si limita a questo perché nel suo sviluppo si arricchisce di molte altre suggestioni.
Ci sono la solitudine, la rabbia, l’oscuro territorio dei senza identità, l’ossessione della protagonista che sembra non trovare pace. Ma i temi più immediati sono il cambiamento e la rinascita, anche attraverso un’importante riflessione sul “tempo”.
Ancora dalle parole del regista: «È presente anche il tema della relazione con il tempo che cambia radicalmente dall’inizio alla fine, come cambia anche il modo di rappresentarlo, come linguaggio filmico. L’inizio ha decisamente un ritmo diverso dalla fine. È un tema a cui tengo molto, a cui ho pensato tanto, per esempio, durante il lockdown, quando tutti eravamo chiusi dentro e il tempo si è dilatato. C’è chi ha trovato una libertà in quel tempo, c’è chi ha trovato invece una prigione, una costrizione... io sono della prima spiaggia. Forse anche questo si è riversato nel film, nonostante fosse già scritto per l’80% prima del lockdown. Io ho ritrovato un rapporto con il tempo molto simile a quello che sperimento quando viaggio, per esempio, anche solo quando sono su un treno MilanoRoma e ci sono quelle tre ore che, improvvisamente, mi sembrano di libertà totale, in cui puoi anche spegnere il telefono e dire “non prende” e ti puoi dedicare a quello che vuoi, anche solo a guardare fuori dal finestrino o lasciare correre i pensieri... un momento così è importante per me».
Dunque, all’occasione fornita dal caso deve corrispondere la capacità (la volontà) di coglierla, di sfruttarla con coraggio per raggiungere il cambiamento e la rinascita, che in questo film coinvolge non solo la protagonista ma – in una sorta di effetto domino – tutti coloro che la circondano. Tutto cambia perché cambia la percezione di ciò che si vede e si sente. Anche quella del tempo, dicevamo: all’inizio del film è un turbine che stritola (e ben descrive la protagonista, il suo ruolo e le difficoltà in un ambiente prevalentemente maschile) poi rallenta fino a diventare rarefatto per soffermarsi su altro. All’inizio è il tempo a possedere la protagonista fino al momento in cui, al contrario, è lei a dettarne il ritmo, a prendere coscienza di un mondo esterno e di persone che probabilmente mai avrebbe conosciuto.
E anche a fare i conti con il passato, con un dolore mai sopito che fa parte della sua identità più intima, che lei sente come una
colpa e che – in questa rinascita – sarà anche la chiave per avvicinarsi a una figlia con la quale ha un rapporto difficile.
In questo senso 3/19 è anche un film di contrapposizioni metaforiche o di opposti. Dalla Milano “alta”, alla strada e alla metropolitana, dall’alta finanza al volontariato, dalla vita frenetica al silenzio dell’obitorio, dal luminoso attico di lusso alla cantina buia custode di un passato mai risolto.
Qui la capacità autoriale di Soldini, da sempre abile narratore di “anime”, si esprime anche con l’utilizzo magistrale della soggettiva: pone il nostro sguardo esattamente dal punto di vista Camilla, e attraverso i suoi occhi ci fa muovere all’interno del suo percorso, sulla strada che la protagonista non vuole (probabilmente non può) più evitare.
E ancora una volta il regista mette al centro della storia una figura femminile, con la profonda sensibilità che conosciamo da sempre e con quella che sembra forse essere una suggestione costante della sua narrazione, l’«incontro» da cui tutto parte.