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In concorso

Effetto domino

19 gennaio 2020 20:30
Proiezioni aggiuntive:
20 gennaio 2020 20:45
Regia: Alessandro Rossetto
Durata: 104min
Prodotto: Jole film, RAI Cinema
Cast: Diego Ribon, Mirko Artuso, Nicoletta Maragno, Maria Roveran, Roberta Da Soller
Sceneggiatura: Alessandro Rossetto, Caterina Serra
Fotografia: Daniel Mazza
Montaggio: Jacopo Quadri
Recensione

Homo homini lupus, tra Veneto e Oriente.


A sei anni dall’ottimo esordio di Piccola Patria (2013), Alessandro Rossetto torna alla regia confermando una chiara idea di cinema, e uno stile pulito e incisivo, personale e per nulla incline a compromessi. Per la seconda volta centra il bersaglio con Effetto domino: una storia forte, dolorosa, specchio di un presente riconoscibile in ogni personaggio, eppure fino a oggi mai affrontato con questa spietata lucidità. Non risparmia colpi duri e rifugge ogni scorciatoia o metafora. Un cinema rigoroso che in Italia si fa sempre più fatica a trovare perché sono rarissime le produzioni che, come Jolefilm, ci credono.

Alcuni temi (e in parte il meccanismo narrativo, oltre alla scelta del cast) si pongono in continuità con Piccola Patria, quasi a completarne il quadro realizzando la seconda fase di un progetto organico, che qui trova ulteriore orizzonte umano e sociale. E ne amplia i confini. L’occhio del regista parte dai cantieri abbandonati che hanno generato ecomostri; sembrano vestigia di un passato lontano che invece è piuttosto recente. Da qui l’idea, “il progetto da sogno” che prende forma da un dato statistico: la popolazione invecchia e fra trent’anni il numero di persone anziane sul pianeta supererà quello dei giovani; il progetto è riservato ai pensionati facoltosi, migliaia di appartamenti di lusso a partire da “cadaveri di edifici”: «Dobbiamo far credere loro che vivranno in eterno», dice uno dei protagonisti. «Dobbiamo illuderli di farli vivere in Paradiso», risponde l’altro. L’illusione dell’immortalità, un paradiso in terra “senza Dio”, lontano da cliniche geriatriche o case di riposo.

«Il sottotitolo di questo film per me è: “la morte ha le ore contate”» spiega il regista, ed è forse la prima chiave di lettura, visivamente descritta dalle meduse fluttuanti, organismi che alcuni studi ritengono potenzialmente immortali perché in grado di ringiovanire sempre di più col passare del tempo, fino a ricominciare un nuovo ciclo di vita.

Non tragga in inganno la coraggiosissima scelta della lingua, perché la vicenda – fin dalle intenzioni – va ben oltre il perimetro geografico della storia. Lo afferma il regista: «Dalla postazione defilata di una laboriosa provincia, i principali protagonisti del film colgono un trend globale. Ho collocato così il racconto su un piano planetario: vicende locali e specifiche riverberano fino al lontano oriente e l'importante operazione edilizia che va fallendo diventa il terreno di lotta inconsapevole dell'uomo contro l'uomo. Il film è frutto dell'effetto domino stesso, che traina e incatena tutto e tutti gli uni agli altri. Senza saperlo, i personaggi si addentano come cani ciechi, ognuno è sbranato mentre sta per sbranare; non può che sbranare, ma sarà sbranato a sua volta».

Il pretesto narrativo è collocato in un luogo e in un tempo preciso ma – ecco la sua forza – questa storia si potrebbe sviluppare in qualsiasi altro posto, perché è una storia della contemporaneità, in cui ogni vittima è anche carnefice – suo malgrado – e dove (quasi) tutti si trovano a essere travolti senza colpa. Non ha colpa l’impresario/imprenditore Rampazzo (Diego Ribon), un uomo fatto da sé che ama il proprio lavoro perché fa “nascere le cose”, le “crea dal niente”, un lavoro duro “senza mai un giorno di vacanza” racconta la moglie (“il lavoro come religione” si legge nelle note di regia); non hanno colpa coloro che – tolta una sola tessera (un finanziatore che si tira indietro) – sono travolti dall’effetto domino che riscrive la storia e i destini, polverizza tutta la struttura faticosamente messa in piedi per realizzare quel “sogno”: operai, artigiani, grandi e piccole aziende, fornitori.

È l’instabilità del presente, il prezzo della famigerata globalizzazione, il potere del denaro che rende il modo simile ad un acquario, dove il pesce piccolo è mangiato da quello grande che (in questo caso) si trova nel lontano oriente e muove i fili con la sua ghigna ineffabile, senza morale e senza pietà.

La voce fuori campo avverte che “il meccanismo della catastrofe, osservato da vicino è di una precisone sorprendente”. E inesorabile, aggiungiamo noi, tanto da non dovervi imprimere – narrativamente – alcuna accelerazione. La sceneggiatura, che Rossetto firma con Caterina Serra, è in perfetto equilibrio con l’effetto domino, calibrata all’inevitabile finale, e impreziosita da una straordinaria fotografia. Le luci fredde e quasi aliene (come quelle riflesse dalle meduse) descrivono la desolazione e il degrado edilizio-ambientale, al pari di quello umano, di quel mondo artificioso che si vuol (ri)creare. Vi fa da contrappunto la perfetta scelta della colonna sonora tratta da Filiae Maestae Jerusalem di Antonio Vivaldi “a fornire il contrasto armonico alla disarmonia del mondo messo in scena” (così G. Canova), una musica solenne e quasi sacrale, con un testo apocalittico: “Sileant Zephyri, rigeant prata...” (Tacciano i venti, gelino i prati); perché in fondo proprio di una piccola apocalisse si racconta nel film. Vivaldi la compose per mettere in musica “La pietà”, e forse la scelta del regista legittima (anche) una lettura ‘cristologica’ della storia, nella vicenda dei due protagonisti principali: il Povero Cristo Franco Rampazzo (Diego Ribon) e il Giuda Gianni Colombo (Mirko Artuso), semplicemente perfetti.

di G. Stefano Messuri