Troppa grazia
| Regia: | Gianni Zanasi |
| Durata: | 110min |
| Prodotto: | IBC Movie, Pupkin Production |
| Cast: | Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi |
| Sceneggiatura: | Gianni Zanasi, Federica Pontremoli |
| Fotografia: | Vladan Radovic |
| Montaggio: | Rita Rognoni, Gianni Zanasi |
Lucia (Alba Rohrwacher) è geometra. Durante un rilevamento catastale alza lo sguardo e vede lì vicino una donna con un velo sul capo che le si rivolge in una lingua incomprensibile. Non ci fa troppo caso, pensa sia una rifugiata, ma la situazione appare surreale anche a chi non riconosce l’ebraico antico. L’assistente di Lucia non si è accorto di nulla e rimane stranito al suo racconto. La macchina da presa poi si sposta con un movimento circolare e ci rivela ciò che poco prima non si vedeva: la signora velata si presenta come “la madre di Dio”, ed è invisibile a tutti meno che a Lucia e all’obbiettivo (cioè a noi).
Ogni film ci porta in un “altrove” e nel sesto coraggioso lungometraggio di Gianni Zanasi, questo luogo assume i contorni di un’apparizione miracolosa. Le sembianze umane di una Madonna (Hadas Yaron) vestita di stoffa sgualcita, sono lontanissime dall'iconografia tradizionale e idealizzata: diventano invece rappresentazione “attuale”, realistica e caravaggesca, in piena luce ed estremamente vitale e drammatica. “Ciò che ci affascina della Madonna, al di là dell’iconogra6ia che ci arriva dall’infanzia, penso sia l’intransigenza” – afferma Gianni Zanasi, – “uno sguardo che ha una nettezza d’altri tempi, e che dice a un presente tutto dedito ai compromessi: tu non sei tutto. (...) Un implacabile e scomodissimo richiamo etico ed esistenziale”.
Il film è una straordinaria e continua opera di fusione: dalla scrittura alla regia, dal tono brillante al drammatico, dal delicato al surreale, da gioioso al folle, e si interroga sull’attualità (e l’utilità) dello spirituale, in un mondo materiale sempre più difficile da fronteggiare.
Ne possiamo tracciare due linee narrative. La prima è una riflessione sul “cosa” avverrebbe se la Madonna apparisse oggi, in una società anestetizzata dal quotidiano, dal materiale e dal denaro – e assai poco propensa al soprannaturale. “Va dagli uomini, ferma il cantiere, dì loro di costruire una chiesa dove ti sono apparsa”. Ma gli uomini non ascoltano (più) come in passato. E allora le apparizioni continuano perché questa “madonna” intende essere ascoltata, si fa corpo fisico che non esita anche a strattonare la povera Lucia.
La seconda affronta con efficace realismo le tristi dinamiche del “lavoro” di oggi (non farsi troppe domande, e mettere da parte l’etica, se si vuol lavorare; chiudere un occhio e zittire il proprio orgoglio professionale). Lucia rappresenta in questo senso un personaggio ideale: è una donna sola con figlia a carico, esposta proprio a queste dinamiche ricattatorie, motivo per cui (lo ricorda senza mezzi termini il suo datore di lavoro, interpretato da Giuseppe Battiston) viene scelta per il lavoro “sporco”. Unendo le due linee narrative si chiarisce che il conflitto di Lucia è in realtà una lotta con se stessa, dove il compromesso che ha accettato per non perdere il lavoro si scontra con la sua coscienza più profonda e ritorna in superficie. Un conflitto che possiamo leggere in chiave laica, civile, e finanche “politica”, o comunque lontana dalla devozione; oppure in quella religiosa (può Lucia fare a meno del sostegno ultraterreno?).
“È una commedia con più domande che risposte, un 6ilm liberatorio delle contraddizioni che abbiamo dentro” – spiega Zanasi – “Abbiamo esiliato il sentimento del mistero, Troppa grazia prova a tenere il magico dentro il reale, a trovare un equilibro tra presente e mistero, il mondo dell’infanzia e quello degli adulti, l’innocenza e la corruzione. Tanta roba che ho provato a tenere dentro senza retorica ma con lo scatto di una risata”.
Ancora una volta Zanasi firma un film bellissimo, diverso, e – senza piegarsi alla logica o ai cliché della commedia da box office – porta avanti il suo stile personale, oramai “riconoscibile”, ed è un risultato alla portata di pochi. Come nei lavori precedenti la sua una poetica si rivolge con affetto a personaggi poco accordati con la società che li circonda, e ne descrive i contorni senza retorica – appunto –, ma attraverso uno sguardo di sincera e reale partecipazione. Non mancano i riferimenti simbolici (l’acqua che purifica, la luce – naturale o elettrica – che sembra evocare il nome della protagonista) funzionali alla quota “surreale” del racconto.
Oltre alla straordinaria interpretazione di Alba Rorwacher e di un cast affiatato e credibile, impreziosiscono il film la curatissima fotografia di Vladan Radovic e le musiche di Niccolò Contessa de I cani (ascoltate il testo di Nascosta in piena vista); il sottofinale dei Radiohead (“I say my prayers every night, I promise ...”) dà i brividi.