Quanto basta
| Regia: | Francesco Falaschi |
| Durata: | 92min |
| Prodotto: | Gullane, Verdeoro, Rai Cinema |
| Cast: | Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele, Nicola Siri, Mirko Frezza, Benedetta Porcaroli |
| Sceneggiatura: | Francesco Falaschi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Federico Sperindei |
| Fotografia: | Stefano Falivene |
| Montaggio: | Patrizio Marone |
Due personaggi, due mondi diversi, apparentemente incompatibili. Da una parte Arturo, chef stellato dal passato tutt’altro che lineare e dal carattere un po’ troppo brusco e violento che gli ha causato un arresto per aggressione. Un uomo profondamente infelice, incapace di realizzare i suoi sogni a causa della sua ira distruttiva. Dall’altra Guido affetto dalla sindrome di Asperger, aspirante cuoco dal talento innato e intenzionato a non farsi fermare dalla sua neurodiversità.
L’incontro fra i due, casuale e forzato dato che Arturo deve scontare l’affidamento ai servizi sociali proprio nella comunità frequentata dal ragazzo, non può che essere denso di difficoltà, se non altro per gli evidenti problemi relazionali e di comunicabilità che affliggono entrambi. Ecco allora che la cucina, passione che accumuna i due protagonisti, costituisce il contesto ideale per un tentativo di avvicinamento fra queste due mondi. Perché sarà proprio la cucina a suggerire una serie di metafore esistenziali che rappresentano la stessa essenza del film. Fin dal titolo.
Il “quanto basta” serve a dare una misura alla propria esistenza. Dove semplicità e naturalezza dovrebbero rappresentare i principali ingredienti della vita di ognuno. Così come “Il mondo ha più bisogno di un perfetto spaghetto al pomodoro che di un branzino al cioccolato”. Chiara e ironica allusione a quel mondo culinario, tanto artificioso quanto bolso e insapore, rappresentato nella sua versione mediatica dai talent show.
Ma cucina anche come scoperta di nuovi stimoli e sensi in grado di arricchire il proprio bagaglio creativo ed emotivo. “Il quanto basta in una ricetta lo stabilisci tu, lo devi sentire secondo il tuo istinto e i tuoi gusti”. Arturo, cogliendo da subito le impressionanti e naturali capacità di Guido nel riconoscere ogni minimo ingrediente, decide di mettersi in gioco, superando le sue chiusure mentali e affettive. Senza mai negare il suo essere brusco e diretto, creando con il ragazzo un rapporto alla pari, senza filtri, eliminando così ogni forma di pietismo.
Il film, attraverso il viaggio in auto che condurrà i personaggi nel luogo dove si terrà il concorso, assume i toni e i contorni tipici del road movie, là dove il viaggio fisico diventa un pretesto per affrontare le proprie paure e far crescere la consapevolezza di sé, tappa dopo tappa. E questa consapevolezza vale più di una vittoria a un talent culinario. Il rapporto fra i due si consolida in un reciproco sentimento di umano rispetto e di amicizia. Sperimentando pure situazioni impreviste, incontri e nuovi sentimenti. Guido alla fine diventa la chiave dell’esistenza di Arturo, ritrovando dopo molto tempo quella strada che sembrava inesorabilmente perduta.
A metà strada fra commedia e dramma Quanto basta si distingue proprio e innanzitutto per la grazia e la delicatezza con la quale riesce a far incontrare due esistenze così difficili e imprevedibili. E questo grazie anche alle ottime interpretazioni fornite dai due attori che riescono a dare spessore e credibilità ai due principali personaggi. Da sottolineare in particolar modo la prova di Luigi Fedele, perfetto in un ruolo così impegnativo e complesso. Già ammirato nel ruolo di ragazzo padre in Piuma di Roan Johnson, il giovane attore sorprende e convince per la naturalezza con cui impersona il giovane Guido, donandogli forza e tenerezza allo stesso tempo. Senza mai forzare un gesto, una parola, uno sguardo. Oltre a quella di Vinicio Marchioni, attore sempre più poliedrico nei personaggi e nei generi affrontati, meritano un plauso le interpretazioni di Valeria Solarino (nel ruolo della psicologa che deve mettere in contatto due mondi in apparenza inavvicinabili) e dell’intramontabile Alessandro Haber.
La regia di Falaschi, qui giunto al suo quarto film, è molto semplice e discreta, accompagna molto bene il succedersi degli eventi, lasciando spazio ai personaggi senza intromettersi eccessivamente nella storia che sta raccontando. Il tutto legato da una comicità intelligente e non fastidiosa. Per finire un elogio alla giusta e per certi versi poetica leggerezza, priva di falsità e di luoghi comuni, con la quale il regista ha saputo trattare il complicato, ai più sconosciuto, tema della sindrome di Asperger.