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In concorso

Notti magiche

9 dicembre 2018 20:30
Regia: Paolo Virzì
Durata: 125min
Prodotto: Lotus Production, Leone Film Group, Rai Cinema, 3 Marys Entertainment
Cast: Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Marina Rocco, Ornella Muti
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: acopo Quadri
Recensione

Il pretesto è la notte dell’estate ‘90 in cui si gioca Italia-Argentina: la voce di Bruno Pizzul è nelle case di tutti gli italiani. I rigori sbagliati di Serena e Donadoni in pochi istanti infrangono il sogno dell’Italia. Poi c’è anche il morto, ma anche un “moribondo”. Il primo è un produttore di film sull’orlo del fallimento precipitato in fondo al Tevere, l’altro è il cinema italiano di cui sembra pronunciarsi una specie di orazione funebre. Tre giovani aspiranti sceneggiatori - finalisti del Premio Solinas - puri e di belle speranze, entrano nel mondo del cinema con il sogno di scrivere la sceneggiatura della vita, ma lo trovano del tutto diverso da quello che avevano immaginato.

Eugenia è una problematica e ipocondriaca alto-borghese romana che odia il padre e ama un divo francese, Antonio è un messinese colto e formale come lo stile del suo soggetto (Antonello da Messina), Luciano è un baldo scriteriato che viene da Piombino. In altre parole gli alter-ego del trio Virzì-Archibugi-Piccolo, autori della sceneggiatura di Notti magiche, un film così denso di citazioni personaggi e aneddoti che necessiterebbe di almeno tre visioni.

Dopo la sua prima volta in America, con Ella & John, Paolo Virzì torna in patria, esce dalla Livorno di Ovosodo e de La prima cosa bella e approda nella decadente Roma cinematografica che conobbe a vent’anni, la stessa età dei tre protagonisti.

È lui stesso a raccontarcelo: “Eravamo durante lo struggente e interminabile crepuscolo di quella generazione di gloriosi autori che, a partire dal dopoguerra, aveva fatto grande il cinema italiano. I vecchi maestri erano ancora al lavoro, anche se svogliatamente. (…) Quando le incontravo, queste figure da me mitizzate si divertivano a massacrare la mia idolatria. Mi facevano sentire stupido perché consideravo importante il loro lavoro. Volevo raccontare non solo il disincanto e la disperazione di quelle figure che avevo mitizzato, ma anche il rischio di finire nelle grinfie di tanti cialtroni”.

Il film individua anche “la ricomposizione del cinema italiano per aree geografiche (l'area romana, siciliana e toscana), la creazione (…) di un nuovo immaginario collettivo legato alla provincia (la sequenza del ritorno di Luciano a Piombino), il crepuscolo dei padri fondatori (la silhouette di Fellini e i residui del suo cinema), la nascita di una generazione 'orfana' (…) l'accentuazione di una comicità di facile resa e bassa qualità figliastra della commedia all'italiana (la ragazza coccodè, merce in grado di coprire un potenziale cinema medio), l'influenza dell'universo televisivo sul gusto (la sceneggiatura vincitrice su Antonello da Messina svenduta a puntate)” (Marzia Gandolfi, Mymovies.it).

In una sorta di gioco di specchi ci sono tutti i protagonisti di quell’epoca crepuscolare. “Ballano mangiano spettegolano parlottano sbevacchiano tramano sputtanano” - ci spiega Gianni Canova su Welovecinema.it - “la sceneggiatura li elenca diligentemente con il nome di battesimo, e non è detto che lo spettatore li riconosca: Ettore (Scola), Gillo (Pontecorvo), Citto (Maselli), Mario (Monicelli), Suso (Cecchi D’Amico), Lina (Wertmuller) e tanti altri, via via fino al misterioso e solitario Pontani, interpretato da Ferruccio Soleri (…). Tutti insieme appassionatamente, in una sorta di felliniano carosello ballerino che li chiama a raccolta per evocare splendori e miserie di quella sublime stagione del cinema italiano. Perché saranno anche grotteschi, volgari e caciaroni quei protagonisti del nostro cinema, ma in ogni caso erano giganti. La morale, alla fine, è affidata all’ufficiale dei carabinieri interpretato da Paolo Sassanelli: è lui che tira le fila del 'giallo' e del racconto, dando lezioni di cinema ai tre aspiranti sceneggiatori. ‘Volete fare gli sceneggiatori – dice – ma non sapete fare gli spettatori…’. Sante parole”.

Ma non è (solo) un Amarcord per chi non c’era e ora si diverte a riconoscere Tizio o Caio: Virzì spiega che si vuole invece far vivere a chi non c’era l’atmosfera di allora, un’epoca in cui l’unica chance per avvicinare certe corti inaccessibili era, per esempio, quel che succede ai tre protagonisti, partecipare e vincere al premio Solinas, perché la giuria era composta dal gotha del cinema italiano. “Lo abbiamo fatto sia per chi ha ambizioni in campo artistico sia per chi ha voglia di divertirsi dando uno sguardo su quello che siamo stati. E allo stesso tempo, dal momento che raccontiamo tre persone che stanno immaginando storie per il cinema, descrivere cosa voglia dire scrivere una storia. Prendere la vita e trasformarla in racconto”.

di Gian Stefano Messuri